NON È IL MURO A FARE IL MURO
- sta tutto nell’abitarsi.

2026. settembre 

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La casa di Escher è una casa da abitare. Le scale salgono e scendono, ma non conducono necessariamente dove ci aspetteremmo. Il pavimento di qualcuno è il soffitto di qualcun altro; persone che condividono la stessa architettura si muovono secondo orientamenti apparentemente incompatibili, eppure ciascuna procede come se il proprio fosse il più naturale del mondo. Guardandola, cerchiamo un punto da cui rimettere ordine, una prospettiva che ci permetta di capire come sia fatta davvero. Ma è proprio la necessità di stabilire un orientamento definitivo a rendere la casa difficile da abitare. E se non fosse la casa a dover diventare comprensibile per noi, ma fossimo noi a dover interrogare il modo in cui la percepiamo?

La casa di Freud mi conduce a un'altra questione. I suoi piani rappresentano una struttura dell'interiorità, distinta in conscio, preconscio e inconscio, livelli a cui vengono attribuite funzioni diverse. È un modo di organizzare e comprendere la vita psichica. Anche chi osserva si muove attraverso una struttura di riferimenti, che orienta ciò che riconosce e considera significativo. Non si tratta di scegliere una casa al posto dell'altra. Mi interessa ciò che ciascuna permette di pensare. Escher sposta la domanda: che cosa accade quando l'orientamento non basta più a stabilire il senso di ciò che vediamo?

Immagino una casa con una sola porta. Qualcuno bussa perché porta il pane. Ci aspettiamo che esca chi può riceverlo, altrimenti non si mangia cena. Ma se alla porta esce il cane? Potremmo pensare che sia la risposta sbagliata, a meno di sapere che il cane stava aspettando il suo padrone e ha scambiato il fornaio per lui. Il gesto acquista un altro senso quando conosciamo la funzione che aveva per chi lo ha compiuto. Il cane non è uscito per ricevere il pane, ma perché aspettava qualcuno.

Il gesto è lo stesso, ma cambia ciò che possiamo comprendere della scena. Da fuori posso vedere chi è uscito; non per questo conosco ciò che lo ha mosso. Il senso non si trova soltanto nel gesto osservato, ma anche nella relazione tra ciò che accade, chi lo vive e la funzione che attribuisce a ciò che fa.

La casa di Escher mi permette di spingere questa domanda oltre la porta. E se ciò che chiamo pavimento, soffitto, sopra o sotto dipendesse anche dal senso che attribuisco allo spazio e dal modo in cui lo abito? Non significa che la struttura non esista, ma che descriverla non basta a comprendere come viene vissuta. Il mio orientamento mi consente di muovermi, ma non è necessariamente la misura di quello altrui. E neppure di tutte le possibilità che esistono nella mia stessa casa.

La casa è abitata da molte presenze. Penso alle voci interne, a quella comunità che non parla sempre all'unisono e non si dispone secondo una gerarchia immutabile. Una voce può prendere la parola mentre altre restano in silenzio; una può camminare sul pavimento, un'altra sul soffitto che le corrisponde. Quando una voce occupa tutto il mio campo, posso scambiarla per la totalità di ciò che sono. Ma chi parla in quel momento non è necessariamente l'intera casa.

Qui il detto incontra il non-detto. Le parole portano qualcosa nella relazione, senza esaurire ciò che è presente. Ci sono sensazioni che non hanno ancora trovato una forma, percezioni che non sono diventate pensiero, presenze che non si manifestano direttamente nel linguaggio. Come osserva Laban, il parlare si serve di apparati che non sono stati predisposti esclusivamente per la parola: il corpo partecipa al dire attraverso funzioni che lo precedono e lo oltrepassano. Non tutto ciò che prende forma nell'incontro nasce già come frase. A volte una sensazione viene condivisa prima di essere compresa e, nel poterla sentire insieme, può diventare percepibile e trovare parole che prima non c'erano.

Per questo mi interessa il «chi del dire». Non soltanto che cosa viene detto, ma chi parla attraverso quelle parole, da quale parte della casa prende voce e quale funzione sta svolgendo. Una frase può essere chiara senza esaurire ciò che accade; un silenzio può sembrare vuoto e contenere una presenza che non ha ancora trovato il proprio modo di apparire. Accorgermi che una voce cammina sul soffitto significa riconoscere la posizione da cui guardo e la possibilità che un'altra parte di me abiti lo spazio diversamente. Non devo decidere subito quale abbia ragione. Posso riconoscere che entrambe appartengono alla casa, anche se non ne comprendo ancora la relazione.

Quello che è fuori è dentro, e ciò che troviamo dentro si manifesta anche nel modo in cui incontriamo ciò che è fuori. Se mi trovo davanti a un muro senza finestra, il mio orizzonte può coincidere con la superficie che ho davanti. Se invece mi trovo davanti a un giardino, ma lo abito come se fossi nella camera da letto, il giardino può restare fuori dalla mia esperienza, pur essendo lì. Non è soltanto una questione di ciò che vedo, ma della relazione che riesco a stabilire con ciò che mi circonda.

Se sono in soggiorno e sento l'odore di un cibo che conosco, la cucina si rende presente senza che io attraversi la porta. Le stanze restano distinte, ma l'esperienza supera quella separazione. Non ho raggiunto la cucina eppure, in qualche modo, è già qui. La sensazione mette in relazione spazi che continuo a distinguere; la percezione può rendere insufficiente il confine con cui li tenevo separati. Non è necessario che il muro diventi materialmente una finestra: può cambiare il modo in cui lo spazio entra nella mia esperienza, fino a farmi riconoscere che ciò che è fuori non è necessariamente estraneo a ciò che vivo dentro.

Il pensiero, la sensazione e la percezione non sono tre stanze da assegnare a livelli diversi, né tre facoltà da mettere in una gerarchia. Il pensiero può dare una forma riconoscibile a ciò che incontro, permettermi di distinguere e nominare; la sensazione può portare nella mia esperienza qualcosa che non avevo cercato; la percezione può modificare il rapporto tra ciò che riconosco e ciò che ancora non comprendo. Non si procede necessariamente in questa direzione, né una possibilità sostituisce quella precedente. Posso avere bisogno di una forma stabile per attraversare un momento e, in un altro, scoprire che quella stessa forma non mi permette più di incontrare ciò che ho davanti. Mi interessa ciò che può aprirsi quando il mio modo di pensare smette di essere la misura di tutto ciò che è presente e diventa una delle possibilità attraverso cui abito la mia esperienza.

Questo non significa che ogni muro debba cadere. Le case conservano tracce: chiodi nelle pareti, pavimenti consumati, polvere che il tempo ha quasi trasformato in una superficie. A volte, pulendo, scopro una finestra che non avevo riconosciuto; altre volte resta un muro. Posso togliere un quadro e ritrovarne la sagoma, oppure accorgermi di uno spazio dietro il termosifone che non riesco a raggiungere. Non tutto può essere trasformato, e non tutto deve esserlo. Anche una rigidità ha una storia e una funzione: può aver permesso di orientarsi, di proteggersi, di continuare ad abitare. La domanda non è come liberarsene, ma che senso abbia oggi e che cosa renda ancora possibile.

L'approccio centrato sulla persona di Carl Rogers non è per me soltanto un riferimento teorico o una formazione acquisita. È diventato un modo di essere, un portamento mentale e un'attitudine all'ascolto: un modo di stare nella relazione senza presumere di sapere già chi sia l'altra persona o quale significato abbia ciò che vive. Confido nel suo potere personale e nella sua capacità di trovare un proprio orientamento, anche quando qualcosa le impedisce, almeno temporaneamente, di riconoscere le risorse che ha a disposizione. Il pensiero, la sensazione e la percezione possono restringersi, perdere spazio o non riuscire ancora a dare forma a ciò che viene vissuto. Questo non significa che la persona abbia smesso di essere esperta della propria vita. Significa che non posso sostituire il mio sapere al suo, né stabilire al suo posto che cosa dovrebbe vedere, sentire o comprendere.

Da questa disposizione continuo a interrogarmi su ciò che la casa di Escher mi permette di vedere. Se il senso dell'esperienza non può essere stabilito al posto di chi la vive, neppure la mia lettura può diventare la pianta definitiva della sua casa. Posso incontrare ciò che emerge, ascoltare il detto e il non-detto, prestare attenzione alle voci che prendono forma senza sapere in anticipo quale debba parlare. Non per rinunciare a comprendere, ma per non confondere ciò che percepisco con tutto ciò che c'è.

Forse il potere personale comincia anche qui: nel riconoscere il senso che attribuisco a ciò che vivo e nell'accorgermi che quel senso può aprire o restringere il mio spazio. A volte cambia una scelta, altre volte cambia il modo di stare davanti a ciò che rimane. Non sempre si apre una porta. A volte è sufficiente accorgersi che il muro davanti a me non coincide con tutta la casa.

Non è il muro a fare il muro. O forse non è soltanto il muro. C'è la funzione che gli attribuisco, la posizione da cui lo incontro, la voce che mi dice che cosa sia e che cosa possa esserci oltre. Ci sono altre voci, altri orientamenti, presenze che non ho ancora sentito. Non devo ricondurli tutti a un'unica direzione. Posso continuare ad abitare la casa senza pretendere di averne già compreso l'architettura.

Sta tutto nell'abitarsi.


MIMI SHEHU